Molte aziende stanno approcciando forme non convenzionali di retribuzione del lavoro dipendente, i “flexible benefits”.
Questi schemi di retribuzione flessibile si sono sviluppati negli USA nell’ambito delle cosiddette politiche di welfare aziendale e stanno suscitando molto interesse anche in Italia grazie al regime fiscale e contributivo molto favorevole.

E’ innegabile, infatti, che i consumi delle famiglie dei lavoratori siano concretamente sostenuti con quella parte della retribuzione residua dopo aver scontato l’imposizione contributiva e fiscale.

Il potere di acquisto dei lavoratori deve, infatti, fare i conti con il reddito netto e non con quello lordo. Partendo dalla considerazione che ogni singolo dipendente nella sua vita privata sostiene spese, alcune delle quali non strettamente legate a soddisfare bisogni primari ma che, piu’ semplicemente, sono oramai entrate a far parte della vita delle persone, si puo’ comprendere che sostituire o integrare, utilizzando la leva fiscale, una quota della retribuzione accessoria con iniziative aziendali dirette a fornire al dipendente quelle stesse utilità che normalmente vengono acquistate all’esterno, consente di incrementare il potere di acquisto delle famiglie e ridurre il costo del lavoro per l’azienda.

Questo sistema permette di erogare al dipendente una parte della retribuzione sotto forma di servizi come visite specialistiche, asili, ecc…in questo modo sfruttando la leva fiscale che permette di ottenere detassazione sui benefit erogati ai dipendenti di carattere sociale (asili, visite specialistiche,…) otteniamo il duplice risultato di risparmio in termini di minori imposte e contributi a carico dell’azienda a parità di importo erogato e la possibilità di erogare, quindi, servizi a valore superiore.

Facciamo un esempio: se il dipendente ha diritto ad un salario lordo di 35.000 euro di cui 5.000 euro aventi natura accessoria, trattenuti i contributi a carico del lavoratore e applicate le relative ritenute fiscali si arriva a un reddito netto di circa 23.400 euro. Con questa somma il dipendente dovrà pagare la scuola dei figli, il mutuo della casa, le visite specialistiche, le vacanze,ecc…Applicando uno schema di flexible benefits applicato a politiche di welfare aziendale, il dipendente mantenendo il salario base di 30.000 euro potrà scegliere a suo piacimento di utilizzare i 5.000 euro della retribuzione accessoria nella scelta di una o piu’ delle “utilità” individuati dal datore di lavoro tra quelle maggiormente comuni. In questo modo i 5.000 euro di salario accessorio non saranno assoggettati ad imposizione fiscale e contributiva e il dipendente a parità di “utilità” ricevute vedrà accrescere il suo salario “netto” di circa 2.200 euro.

L’incremento del potere di acquisto del dipendente si accompagna, inoltre, a una sensibile di munizione dei costi del lavoro per l’impresa, che non dovrà corrispondere i contributi previdenziali sulla parte di reddito usata in flexible benefits e in molti casi si risparmierà anche l’IRAP.

La normativa fiscale e contributiva sul lavoro attuale permette di ottenere già oggi questi risultati. L’azienda che predisporrà e applicherà un progetto articolato di interventi a sostegno del reddito in questi termini otterrà dei vantaggi significativi che ad oggi sono ancora poco esplorati. I margini di manovra in questo ambito sono molto ampi, potendosi sperimentare differenti schemi e combinazioni nell’ambito dei limiti fissati dalle norme. Determinati gli importi utilizzabili, il dipendente potrà scegliere a suo piacimento tra una serie di proposte che gli consentiranno di bypassare il momento del sostenimento della spesa per concentrarsi unicamente su quello della fruizione del servizio. Questo tipo di schema rappresenta e introduce il concetto di atteggiamento “paternalistico” dell’impresa, interpretato in chiave evolutiva rispetto alla consistente riduzione del potere d’acquisto dei salari.

L’implementazione di forme di welfare aziendale cosi’ come descritte comporteranno, inevitabilmente, anche un miglioramento del clima aziendale se il tutto verrà comunicato ai dipendenti in modo chiaro ed esaustivo per far si che tutti i dipendenti ottengano le informazioni sullo scopo del progetto e i vantaggi derivanti.

Le norme che consentono di ottenere gli obbiettivi sopra enunciati hanno armonizzato (dal 1997) le base imponibili fiscali e contributive e quindi cio’ che non costituisce reddito ai fini fiscali non concorre a formare base imponibile ai fini contributivi.

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